Proviamo a non prenderci troppo sul serio

domenica, 24 ottobre 2004

Tempo di cambiare

E' tempo di pensare seriamente ad andare incontro  ciò che sono. Senza farsi troppo influenzare. Mi metto in ascolto di me. Con una leggerezza nuova.  

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Parlare meno

Per la prima volta in vita mia penso, anzi sento, che è meglio tacere. Non sempre ovviamente. Non su tutto. Ma ci sono cose che non possono essere dette, solo sentite e fatte agire. A raccontarle, le si rende diverse da ciò che sono. O forse sono io che non sono capace di dirle.

Ma non credo. Credo piuttosto che certi sentimenti non possano essere spiegati, raccontati, ma solo, forse, testimoniati nella vita di tutti i giorni con le azioni, la cura, l'attenzione per gli altri che non richiama attenzione su di sé. Sentimenti che seguono i ritmi e i discorsi degli altri, che rispettano i loro esserci e non esserci, e accettano di adattarsi ai bisogni e possibilità dell'altro, più che le proprie.

Difficile a volte, distinguere un autocontrollo eccessivo dal giusto trattenersi perché riconosci che, in quel momento, l'altro viene prima di te, e cercare di dargli solo ciò che chiede. Solo quello. Anche se vorresti sommergerlo con una marea di altre emozioni, richieste, che hai dentro di te per lui.

Per me poi, che ho vissuto anni pensando che la mia irruenza fosse un dare all'altro, e che solo da poche settimane vedo quella stessa irruenza come un imporre i miei bisogni sempre e comunque, difficilissimo.

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martedì, 05 ottobre 2004

Fare pulizia

Sono preda di un furore casalingo: pulire a fondo ma soprattutto fare vuoto. Finalmente sto iniziando a liberarmi degli oggetti che non uso da tempo, aggiustare quelli rotti, svuotare gli armadi di quei vestiti che non metto mai, buttare via quelle scarpe che sono troppo malridotte, piccole, scomode e non uso (io parto a vestirmi partendo dai piedi, se non vanno bene le scarpe, divento di cattivo umore). Ho portato quattro sacchettoni blu dell'ikea pienidi vestiti e di scarpe alla Caritas e ancora mi sento soffocare dalla marea di cose inutili che comunque ingombrano il passo e lo sguardo. Ho bisogno di spazio, di vuoto. Mi dà fastidio che su ogni tavolo, ogni ripiano ci siano pile di libri, fogli, cd, orecchini, appunti in un equilibrio precario. Comincio intanto a far ordine fuori, mi sa che mi fa bene anche dentro.

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venerdì, 01 ottobre 2004

E se fosse..

C. Che cosa hai di diverso? non capisco, ma sei più bella, più attraente....Dimmi la verità c'è qualcosa di nuovo, un nuovo incontro..?

E. In realtà l'esatto opposto, mi ha lasciato l'uomo che amo.

C. Si vede che ti fa bene che ti abbia lasciato.

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giovedì, 30 settembre 2004

Sindrome del non-chiudere

Il mio bagno è pieno di bottiglie di shampi, bagnischiuma sul cui fondo rimane un dito di prodotto ormai marmellatoso. Quando leggo un libro, soprattutto se mi piace, ci metto due giorni a leggerlo quasi tutto, e due settimane a decidere di leggere le ultime 10 pagine, e nel frattempo ne ho già iniziato un altro. Se qualcosa non è completamente vuoto non lo butto, e faccio fatica a vuotarlo completamente, perché prima che finisca ho già comprato una nuova confezione. Credo di avere un problema con il finire, con le chiusure, con gli addii. Il pensiero di lui mi frulla in testa nei momenti più strani, e, immancabilmente, prima di addormentarmi. Forse è come il libro che rifiuto stupidamente di finire, nell'illusione di un piacere da rimandare, di un momento di vuoto (cosa leggo ora?) da posticipare. E lo so che è cretino, che è meglio finire, chiudere, per poter ricominciare.... Ma è così difficile, soprattutto quando c'è un'assenza che sembra così grande, così spaventosa. Era stato così difficile, così raro incontrarsi, che cedo alla tentazione di farmi male soffrendo nel ricordo e nella speranza, e non riesco a fare diventare realtà il fatto che è finita.

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sabato, 25 settembre 2004

Turismo sessuale 2

Il turismo sessuale, quello vero, a Cuba non puoi non vederlo. C'è il comenda panzone con la giovane bellissima, c'è il ragazzo di vent'anni che si deve raccontare che non sta andando a puttane, no, perché le ragazze vanno con lui senza chiedergli i soldi prima. Ci sono le ragazze che a vent'anni hanno già lo sguardo duro e metodico della prostituta, e girano tra i tavoli scandagliando ogni uomo, ci sono quelle che ti urlano per la strada e mimano da una macchina in corsa una fellatio, ci sono quelle che lavorano in coppia con un uomo, che ha lo scopo di dividere le coppie già formate: lui aggancia la donna, che magari qualcosa combina, e lei è libera di proporsi all'uomo. Poi ci sono quelle che mi hanno colpito di più, quelle che si vergognano. Che si vergognano a essere spalpazzate, esibite, ridicolizzate in pubblico, costrette a goffe esibizioni in balli sguaiati da ragazzi che hanno più o meno la loro età, che sono bellocci e violenti, con una volgarità che sfogano senza freni, senza consapevolezza forse. Ho incontrato lo sguardo di una di loro, cercava di mantenere la minigonna in una posizione accettabile, nonostante il suo accompagnatore sembrasse più una piovra che un ragazzo poco più grande di lei. Quello sguardo era pieno di imbarazzo e di sottommissione, quasi fosse la sua schiava, limitandosi a contenere i danni. In poche altre occasioni ho sentito tanta estraneità rispetto al mondo maschile come a Cuba..

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venerdì, 24 settembre 2004

Turismo sessuale

Il mio viaggio a Cuba ha avuto una conseguenza inattesa: i miei colleghi (maschi) pensano che io sia andata là per fare sesso con aitanti mulatti, e attribuiscono il mio comportamento pacato e rilassato di questi giorni al buon esito del mio viaggio a scopo sessuale. Alcuni ironizzano sul fatto che il prolungamento del mio soggiorno non sia stato causato dall'uragano Ivan, ma da un Ivan in carne e ossa. Cosa si fa in questi casi? Si puntualizza, si lascia correre, ci si offende? Il mio stato d'animo di questi giorni è strano e stranito, per cui lascio perdere. In fondo, non credo che pensino davvero che sono andata là a scopare, ma evidentemente hanno bisogno di approfittare delle mie ferie per accennare a qualcosa che gli frulla in testa, o più in basso. Chissà, forse non è davvero possibile avere un rapporto stretto con uomini senza che, da qualche parte, in qualche modo, il sesso non scappi fuori. Come sesso desiderato, immaginato, richiesto, offerto, suggerito, provocato... Mi accorgo degli ami che mi lanciano i colleghi, anche se forse è qualcosa che fanno con tutte, attendendo un via libera prima di cominciare davvero a provarci. Insomma, pasturano... O forse no. L'amo lo lanciano proprio a me. Boh!. Mi mette a disagio questo aspetto del comportamento maschile: sembra quasi che a coinvolgerti in discorsi da spogliatoio ti stiano facendo entrare in una cerchia di eletti, come un attestato di accettazione. A me questa promiscuità intesa come premio, che mi puzza tanto di sottomissione, di rito di iniziazione, non piace. Mi chiedo se esagero. Ma non mi piace come certi uomini - non tutti per carità- parlano di sesso ( e forse lo fanno). Mi sembra umiliante per le donne. Il tutto, ovviamente, sbandierato in piazza, senza rispetto, senza pudore, senza vergogna. Purtroppo questo è un argomento di cui non parlo, né con i colleghi maschi, né con le colleghe donne. E quindi rimango con il dubbio: il dubbio di non capire, di travisare, di interpretare da donna forse un po' rigida un comportamento che ha altri sensi, altre spiegazioni. Guarda un po'  quali possono essere le conseguenze del rincoglionimento da fuso orario!

 

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sabato, 18 settembre 2004

Ritorno da Cuba

Sono tornata. Dovevo restare a Cuba solo 8 giorni, ma poi el ciclòn Ivàn e la disorganizzazione dell'Iberia hanno deciso che dovessi restarci due settimane. Finalmente dopo 22 ore ore di volo sono rientrata. Sono a casa, e sto ascoltando le canzoni di Carlos Puebla comprate da Lazàro, imponente patron della Casa della Cultura, poche parole e molto intendersi. Mentre ero all'Habana ho vissuto in uno strano estraniamento, cercando di pensare poco e ascoltare, guardare, rispondere molto. Mi sembrava quasi di essere stranamente distante. Uno sguardo attento, ma esterno. Anche se mi sono spinta in terreni non miei, borghese fifona bolognese, con probabilmente cuore sincero per come mi hanno accolta tra loro i cubani, pur con tutti i miei disinfettanti e le mie bottiglie di acqua minerale sigillate. Io soffro di colite a mangiare la roba della coop, figuriamoci! E ora che sono tornata scopro che forse questo viaggio mi ha toccato più di quanto io credo. Oggi sono andata a fare la spesa e passando per le vetrine del centro  mi è sembrata un'orgia di superfluo. Se penso di tornare in ufficio lunedì sento un vago  sentimento di ribellione all'idea di dover dedicare una parte troppo grande del mio tempo a un'attività che non mi sembra utile, sensata, finalizzata a qualcosa che ti dà soddisfazione. Mi manca qualcosa e contemporaneamente c'è qualcosa di troppo. Mi manca sostanza e c'è troppa dispersione. Ho 37 anni e un cambiamento che non posso inventare. Posso solo sperare che avvenga.

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martedì, 24 agosto 2004

Risentirlo

Sapevo che tornava dalle ferie e ho deciso di non impedirmi di mandargli un sms per dirgli bentornato, al diavolo le strategie e seguiamo un po’ il cuore. Mi ha richiamata. Per l’emozione ho messo l’altoparlante e poi gli ho chiuso la linea per due volte mentre mi chiamava. Non sentivo la sua voce da quel sabato di luglio in cui mi ha lasciata. Io molto tesa, emozionata, forse anche lui, non so.

L’impressione più forte è stata quella della lontananza, della distanza: come sta tua sorella, hai sentito la D., come va il lavoro, cicì e ciciò. Più la conversazione si snodava convenzionale, fluidamente ritmata, concentrata più sull’evitare una pausa, un silenzio, una sospensione che su quello che si dice e si sente, e più mi assaliva la tristezza, un groppo in gola. Fa male sentire così asettico l’uomo che hai amato così carnalmente. Non sono arrabbiata, non sono delusa e non sono speranzosa. Sono dispiaciuta che quest’uomo sia così inaccessibile, così indisponibile. Sento che non è felice. So che se non coglie i segnali di cambiamento che la vita gli sta cominciando a dare rischia grosso (imparate ad “leggere” gli eventi signori, è molto utile). E siccome gli voglio bene, sinceramente, mi dispiace.

È come sentirlo incapsulato, rinchiuso in una stanzina molto piccola che si trova in fondo a corridoi molto lunghi, chiusi , pieni di svolte e angoli, da cui non è facile andarsene, se non avventurandoti, andando a tentoni e provare, provare, provare con pazienza a trovare la strada per uscire, accettando che ci tornerai, senza sapere perché e percosa, in quello stanzino. Ma se non ti perdi d’animo, se tutte le volte riprendi baracca e burattini (che forse è meglio se impari a lasciare lì), ogni volta fai un pezzo di strada in più, memorizzi il tragitto e riesci rapidamente ad arrivare al punto del labirinto che ti fa affacciare sul tratto ancora inesplorato. Alla fine, cacchio, la troverai pure ‘sto accidenti di uscita. E se anche non la trovi, meglio impiegare il tempo provandoci. Personalmente, penso che se uno vuole fortissimamente essere un po’ felice, prima o poi ce la fa. Sbuchi fuori da questo dedalo e incontri gli altri.

Ma ho imparato a riconoscere e rispettare uno stop. Confesso che una parte di me è sollevata dal fatto di non aver inteso nessun segno di riavvicinamento, ma anzi la ferma intenzione di far rientrare ciò che ci unisce sui binari che intuisco già sperimentati della “amichevole relazione tra ex”: cordiale, solerte, non troppo intima, forse con l’unico senso di trasformare un sentimento troppo potenzialmente rivoluzionario e incontrollabile in una relazione inoffensiva e meno, molto meno ingombrante di un ricordo, di una sconfitta, di un’assenza. Lui ha un lato che mi spaventa e che so per esperienza essere pericoloso per chi gli sta vicino. In dieci minuti di conversazione è riuscito a metterci un paio di frecciatine di troppo, e quindi non è riuscito a convincermi che il sentimento sia passato, che l’animo sia placato. Ma non è importante. Va bene così. Va bene quello che va bene a lui. Io ogni giorno faccio il mio piccolo pezzettino di strada lungo i corridoi. Memorizzo, mi alleno, cincischio e mi sgrido, mi scuoto e ogni tanto riesco a convicermi ad andare avanti. Oggi ho fatto un pezzo di strada in più. Ho montato la piccola libreria che ho progettato, comprato all’Ikea, trascinato sulle scale (prossima casa ascensore!!) dipinto con lo smalto fatto da me. Ora, stortignaccola ma carina, sta in camera mia, con i libri belli ordinati e gli orecchini le collane gli anelli messi nel set di scatole rosa che ho preso sempre all’Ikea.

L’ho fatta io. Mi sono occupata di quella pila disordinata di libri accatastati nella camera da letto che mi dava fastidio da più di un anno. Ci sono altre pile di libri di cui occuparsi, altro ordine e pulizie da fare. E stavolta non mi sottraggo. Stavolta me ne occupo
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domenica, 22 agosto 2004

Il signore .... degli anelli?

Yuri Chechi ha appena vinto il bronzo. I cronisti continuavano a ripetersi che non se l’aspettavano. Io sì. Capisco di ginnastica artistica come di astrofisica, ovvero quasi nulla, ma sono una buona osservatrice, se mi dicono come guardare. Quindi, ero d’accordo con i cronisti sul fatto che i giudici stessero facendo il loro lavoro valutando non solo il merito tecnico. E quando ho visto l’esercizio di Chechi ho pensato: lo fanno arrivare terzo, come riconoscimento a quello sguardo assolutamente controllato, diretto, superiore, a quel paio di posizioni perfette e a quell’uscita leggera, quasi al rallenti, che a me è parsa di assoluta bellezza. Ero sicura, inspiegabilmente, che i giudici non sarebbero sfuggiti alla malia, alla tentazione di coronare la carriera di Chechi con un omaggio romantico. Certi gesti sportivi arrivano a diventare un esempio e un dono, ed è giusto ricambiare il grande campione con l’onore di un premio forse non completamente meritato dall’atleta, ma dovuto all’uomo. A volte capita che la realtà realizzi l’immaginazione, succede quando silenziosamente, solidarmente, gli uomini senza parlare si accordano per far accadere ciò che è giusto, anche se non lo è.
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